10 novembre 1929, domenica mattina. In un remoto borgo del Sud, Massimo Conci, manovale, lungo la strada che porta al cimitero nota «qualcosa di scuro» che «spicca sul bianco della neve come un’orma gigantesca e tenebrosa». È il corpo senza vita di Italo Blasi, il giovane medico condotto venuto da Roma. Non si tratta di morte accidentale: un colpo d’arma da fuoco gli ha trapassato il cuore. La notizia si diffonde fulminea, nel paese di C., ma stranamente non tocca la caserma dei carabinieri. Tutti hanno capito subito che si tratta di un delitto, e tutti «sanno anche (o almeno credono di sapere) chi è il colpevole»: ma proprio per questo bisogna che il maresciallo Leonetti ne rimanga all’oscuro. È l’inizio di questo giallo giudiziario sui generis, nel quale Mario Fortunato trascina e coinvolge il lettore in un enigmatico labirinto. Perché l’intero paese di C. è in combutta? Che cosa c’è stato davvero tra «il dottorino» e Lea, la donna venuta «da una regione al di là del mare», moglie di Elia Sciaki, il farmacista, l’unico indiziato? Al processo è presente la popolazione di C. al completo, «come si trattasse di una rappresentazione teatrale». Ed effettivamente di teatro, o meglio di farsa, si tratta: tutti i testimoni sembrano d’accordo; l’avvocato della famiglia della vittima vorrebbe solo «tornarsene a casa il più velocemente possibile»; quanto a Elia Sciaki, pare «un manichino … pietrificato in una postura che si direbbe di disprezzo»; e il castello accusatorio costruito con estremo puntiglio dal maresciallo Leonetti viene messo in discussione, confutato e rovesciato. E comunque il pretore Sculco non è pienamente convinto, c’è qualcosa che non torna del tutto…