Per duemila anni, la storia ha condannato Domiziano: tiranno sanguinario, megalomane che si proclamava dio in vita, paranoico ossessionato dalle congiure. Ma chi ha scritto quella condanna? Quasi sempre uomini che dovevano la propria carriera al regime successivo - e che avevano tutto l'interesse a costruire, nel predecessore appena caduto, il mostro perfetto contro cui misurare la virtù del nuovo corso.
Dominus et Deus smonta la caricatura tramandata da Svetonio, Tacito e Plinio, incrociandola con quello che le fonti materiali - monete, iscrizioni, archivi giudiziari, gli stessi edifici che ancora oggi segnano il volto di Roma - raccontano di un imperatore ben più complesso: un amministratore rigoroso i cui governatori provinciali furono, per stessa ammissione dei suoi detrattori, i più onesti che Roma avesse mai avuto; un uomo cresciuto nell'ombra di un padre e di un fratello che non si fidavano di lui; un marito crudele ma fedele; un sovrano che affronta congiure reali, non immaginarie, fino a cadere sotto i colpi di chi gli era più vicino.
Il volume ricostruisce l'intero regno, dall'infanzia nell'ombra della dinastia flavia alla congiura di palazzo del 96 d.C., e dedica un'ampia sezione al modo in cui nasce - e a cosa serve - la damnatio memoriae, la cancellazione retorica di un potere caduto. Un intero capitolo raccoglie le ipotesi mediche e psicologiche moderne sul suo carattere, dal saturnismo al narcisismo, trattate con il rigore critico che meritano, né accolte per sentito dire né liquidate per pregiudizio. Nel testo, le fonti antiche (citate con rigore e dovizia) diventano oggetto di analisi retorica: non conta solo cosa raccontano, ma perché lo raccontano in quel modo.
Un saggio veloce, scritto per chi ama la storia romana e per chi si interessa di comunicazione e retorica del potere - perché nessun meccanismo di costruzione, e demolizione, del consenso è stato inventato per caso.