Mi chiamo Eros D'Amore e, prima che tu lo dica, sì: i miei genitori avevano un pessimo senso dell'umorismo o una fiducia smodata nel potere del destino. Per anni quel nome è stato la mia maledizione. Al campo d'addestramento del IX Reggimento d'Assalto "Col Moschin", mentre strisciavo nel fango con uno zaino da trenta chili e il sapore del ferro in bocca, c'era sempre un istruttore pronto a urlare: D'Amore! Meno baci e più flessioni!. Ero una macchina da guerra con il nome da cioccolatino. Se avessi ricevuto un euro per ogni volta che un commilitone mi ha chiesto se la mia arma d'ordinanza fosse l'arco con le frecce, ora sarei proprietario di un'isola privata ai Tropici, non di questo ufficio che profuma di polvere e caffè corretto. Mi sono messo troppo in vista con una organizzazione criminale ed ho dovuto lasciare Roma. Mi sono rifugiato sulle Alpi dove speravo in una vita più tranquilla. Mi sono sbagliato.