Era l'iscrizione di una meridiana sul muro di una chiesa di provincia, e il bambino che si affacciava alla finestra di fronte imparò a leggere l'ora su un oggetto che gli diceva, ogni mattina, che l'ora sarebbe finita.
Quel bambino si chiamava Karol Wojtyła. A vent'anni aveva perso tutta la sua famiglia e spaccava pietre in una cava sotto l'occupazione tedesca. A cinquantotto era il primo Papa non italiano dopo quattrocentocinquantacinque anni.
Questo libro non è un'agiografia e non è un pamphlet. È il racconto integrale di un uomo e di un pontificato, costruito su un metodo dichiarato: ogni fatto appartiene a uno di tre livelli - documentato, testimoniato, tradizionale - e i tre livelli non si mescolano mai.
Ci sono i nove giorni del 1979 che scoperchiarono la Polonia. C'è il proiettile del 13 maggio 1981 e la cella di Rebibbia. Ci sono i settecento metri fra San Pietro e la Sinagoga di Roma, attraversati per la prima volta in diciannove secoli. C'è l'uomo che scriveva versi sotto pseudonimo, che sciava di nascosto e che firmava i biglietti agli amici con il soprannome di quando andava in canoa.
E ci sono le ombre, scritte con lo stesso rigore del resto: la crisi degli abusi e i fascicoli rimasti nei cassetti, le finanze vaticane mai riformate, la stretta sui teologi, il governo delegato degli ultimi anni.
Gli aneddoti apocrifi sono stati espunti uno per uno, e il libro dice quali e perché. Le questioni controverse sono scritte a due voci, senza arbitraggio. Dove l'autore ha un giudizio, lo dichiara in prima persona e lo chiama giudizio.
Per il pellegrino che vuole sapere chi era l'uomo. Per il lettore, anche non credente, che è semplicemente curioso. Per il cristiano che cerca un insegnamento e non un servizio giornalistico.
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