Pablo ha sessant'anni e una pizzeria. Conosce i clienti per nome, non abbassa la serranda prima di mezzanotte per principio, ed è convinto che una buona pizza risolva quasi ogni cosa.
Cosmo ne ha cinquanta, è suo fratello minore, e ha un ristorante da ventotto coperti in cui, per due ore ogni sera, fa in modo di non esistere. Sostiene che l'improvvisazione sia soltanto una forma elegante di impreparazione.
Una domenica di fine luglio, a locale chiuso, davanti alla registrazione di una tappa di montagna, Cosmo dice una frase al condizionale: con sei mesi di lavoro fatto bene, quella salita si farebbe.
Pablo toglie il condizionale.
La mattina dopo, alle sette e trentacinque, metà del paese sa già che i fratelli Mancuso seguiranno il Tour de France in bicicletta. Tutte le tappe. L'anno prossimo. Da quel momento il sogno non può più essere ritirato senza perdere la faccia.
Seguono quarantotto settimane di preparazione dentro un raccoglitore ad anelli diviso per colori. Un ciclocomputer da settecento euro che li porta dentro un vigneto e li lascia davanti a un traghetto in manutenzione. Barrette energetiche talmente indistruttibili da finire sotto il piede di un cavalletto d'officina. Una fotografia ufficiale rovinata da un trattore, un cane e diciannove bambini in gita, che diventerà la più vista di tutte. Un signore di settantaquattro anni che li stacca su una salita perché deve arrivare al panettiere prima della chiusura. E una signora di settantotto che risolve in novanta secondi un guasto che tre corsi serali di meccanica non avevano previsto.
E c'è la rivalità, che dalla strada passa al mestiere. Pablo inventa in nove minuti, per fame, in piedi al bancone dopo centotrentaquattro chilometri sotto la pioggia, una pizza che il fine settimana dopo ne vende sessantuno. Cosmo risponde con un menù degustazione in quattro portate a cui lavora tre mesi e che ne vende sei su novantuno coperti. Il successo commerciale non dimostra la superiorità gastronomica. Questa è esattamente la frase che direbbe uno il cui menù non vende.
E intanto luglio si avvicina. Due locali da chiudere nel mese di massimo incasso. Una lettera a cui Cosmo non risponde da venti giorni. Una frase detta nel parcheggio di una granfondo che nessuno dei due può ritirare. E July e Ursula, le loro compagne, che hanno deciso di venire anche loro in Francia - ma non per portare le borracce.
Volevamo fare il Tour de France è una commedia di viaggio, familiare e sportiva su due uomini competenti, vanitosi e affezionatissimi l'uno all'altro, che si rifiutano di credere che i progetti grandi appartengano soltanto ai giovani. Non hanno niente da cui fuggire: hanno un lavoro, delle responsabilità, due donne che amano e una vita già costruita. È proprio perché quella vita è solida che possono ancora desiderare qualcosa.
Il romanzo è pieno di cose che non riescono. Tre tappe che non fanno. Un menù che non vende. Una salita interrotta a un chilometro dalla cima. Un cuoco che produce un alimento immangiabile. Ed è esattamente lì che diventa commovente, perché ogni disastro lascia qualcosa che servirà molto dopo, e perché quello che i due fratelli scoprono in Francia non è di essere più forti di quanto credessero, ma che un'impresa non vale niente se non c'è nessuno che era lì insieme a te.
Si ride di loro spesso. Nei momenti migliori si ride perché ci si riconosce.
Per chi ama le commedie familiari italiane, il ciclismo raccontato da chi lo pratica e non da chi lo vince, la cucina come mestiere e non come spettacolo, e le storie in cui l'affetto si dimostra passando mezza focaccia senza dire niente.